«Se la politica è ferma e mediocre, è fermo e mediocre anche il Paese». Antonio Padellaro parte da qui per spiegare Quando eravamo felici, il suo ultimo libro edito da Piemme. Non è un rimpianto per un’Italia che non esiste più, né un’operazione nostalgia. È piuttosto il confronto tra due stagioni molto diverse: quella del 1962, quando aveva sedici anni e il Paese sembrava avere fiducia nel futuro, e quella di oggi, che Padellaro descrive come più pessimista, ripiegata su sé stessa e incapace di affidare alla politica un autentico ruolo di guida. Giornalista per una vita, Padellaro torna così alla memoria personale per parlare soprattutto del Paese. Lo farà venerdì 28 agosto alle 21.30, in Largo Castello a Bisceglie, ospite di Libri nel Borgo Antico.
Padellaro, perché tornare proprio al 1962?
«Perché quell’estate è importante sia per la storia del Paese sia per la mia vita privata. Io avevo sedici anni, mi fidanzai con una ragazzina di quattordici e, nello stesso momento, vivevo in un’Italia positiva, ottimista, in espansione, vitale. È questo incrocio tra la mia vicenda personale e quella del Paese che mi interessava raccontare. Io non racconto tanto me stesso, quanto ciò che ho visto nel corso degli anni».
Da qui nasce il titolo, Quando eravamo felici. Ma che cosa significa oggi la felicità?
«La felicità è un dato personale, non costante né permanente. Sarebbe persino una specie di inferno se fossimo eternamente felici. La vita ci dà delle gioie ed è giusto goderle. Per quanto riguarda i giovani, non sono un sociologo e quindi non posso generalizzare. Ma quelli che conosco mi danno molta fiducia: sono intraprendenti, viaggiano, conoscono le lingue, hanno interessi veri e guardano alla realtà del mondo. Il problema è che proprio questi ragazzi potrebbero scegliere un altro Paese dove vivere, perché il nostro rischia di non poter offrire abbastanza».
Nel libro il passato diventa quindi anche uno strumento per leggere il presente. Possiamo recuperare quella vitalità?
«Ci sarebbe la possibilità. Allora la politica aveva un primato. Nel luglio del 1962, il primo Consiglio dei ministri del centrosinistra guidato da Fanfani approvò in una sola seduta la nazionalizzazione dell’energia elettrica e i sussidiari gratuiti per i bambini delle scuole elementari. Erano riforme concrete. Quella era una politica che decideva, che faceva le riforme e non si limitava a declamarle».
Di seguito l’intervista completa, pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno il 27 agosto 2026

