In punta di piedi

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Martedì 12 luglio 2016. Il telefono squilla all’alba, mi metto al lavoro di buon’ora. Sembra che dagli scavi di Piazza Di Vagno sia stato rinvenuto uno scheletro umano. La mia mattina comincia così. Sarà una giornata intensa, immagino. Non potevo, però, immaginare che quella lunga giornata avrebbe superato i confini del tempo, dilatandosi ben oltre le 24 ore in cui è contenuta. Per me il 12 luglio è terminato solo cinque giorni dopo. Trovo finalmente il tempo di sedermi alla scrivania di redazione per raccontare alla città la scoperta di quello scheletro quando squilla nuovamente il cellulare.

Sono circa le 11 e 30. Dall’altro capo del telefono un collega mi riferisce: «Due treni si sono scontrati, pare ci siano dei morti. Ho paura». Una telefonata inattesa che gela il sangue, che blocca la lucidità. Che fare? Corro nella stanza accanto alla mia e comunico ai miei colleghi la notizia ricevuta. Prendo la telecamera e vado? Ma dove? Il mio pensiero è subito rivolto ad alcuni amici che lavorano sui treni della Bari Nord. Macchinisti, capitreno, capistazione. Poi penso: è il treno su cui sedevo ai tempi del Conservatorio e dell’Università, il luogo in cui ho conosciuto centinaia di persone, in cui ho ripetuto gli appunti prima di sostenere gli esami. Sul quel treno potevo esserci io. Ci sarà qualcuno dei miei conoscenti? Amici? Parenti? Ancora una telefonata interrompe le mie riflessioni. «È successo un disastro ferroviario sulla tratta Andria – Corato, in aperta campagna, nei pressi del poligono». Ora posso andare. Intanto il telefono continua a squillare.

Non rispondo più, sino alla seconda telefonata del mio collega, quello che per primo mi aveva avvertito del disastro. «È un inferno» mi dice piangendo. «Parlano di quattro morti ma sono molti, molti di più». Non mi resta che raggiungere il posto. Mentre sono in macchina incontro un amico, con un passato da cineoperatore. Gli chiedo di accompagnarmi. Per raggiungere il luogo del disastro seguiamo il suono delle innumerevoli sirene dei mezzi di polizia e soccorso. Sulla nostra testa scorgiamo un elicottero.

disastro ferroviario

Le dimensioni del disastro, però, si fanno chiare nella nostra mente soltanto quando arriviamo a ridosso del maledetto binario, dopo aver percorso sterrati, superando il blocco delle forze dell’ordine che ci chiedevano di non avvicinarci. Sono tra i primissimi cronisti a superare la barriera, forse il terzo. Dalla mia prospettiva era difficile vedere il treno giallo, ma si scorgevano le lamiere contorte dei convogli. Soltanto il potente zoom della telecamera mi ha poi rivelato l’autentica gravità del disastro. Decine e decine di soccorritori facevano la spola lungo il viale, in un silenzio surreale, squarciato dal solo frinire delle cicale, quella mattina particolarmente intenso. Sento qualcuno che invoca silenzio: anche l’ascolto del più flebile lamento può essere utile a salvare una vita umana. Incrocio un amico, impegnato nei soccorsi. Ha gli occhi lucidi. «Giuseppe, è terribile» mi dice. Nella città, frattanto, la notizia del disastro si è diffusa. Il mio telefono squilla all’impazzata al punto che sono costretto ad usare i social network per invitare a non contattarmi. Era arrivato il momento di raccogliere le forze e trovare le giuste parole per comunicare alla mia città e, come avrò modo di capire successivamente, al mondo intero, quello che i miei occhi vedevano e che le mie orecchie ascoltavano. Mai come in quel momento mi sono sentito impotente. Avrei voluto buttarmi nella mischia e dare il mio contributo al soccorso ma non mi restava che raccontare.

Mentre torno indietro sento le urla strazianti di una donna. Mi riconosce e mi chiede: «Direttore, tu mi conosci. Mi vedi sempre. Dimmi, dov’è mio marito?» e abbraccia una vigilessa piantonata all’ingresso del viale. Sapevo che suo marito non c’era più, ma ho dovuto mentirle dicendole che ero appena arrivato. Spero vorrà perdonarmi. Man mano che i minuti passano il bollettino delle vittime aumenta vertiginosamente: prima sette, poi nove… Solo a sera saprò che le vittime sono 23 e 52 i feriti. La marcia della ambulanze sembra inarrestabile; «speriamo di trovarne ancora vivi», mi racconta un soccorritore, descrivendomi scene che preferisco non riferire.

Ho visto tanti occhi lucidi, ma non c’era tempo per piangere. Gli occhi dovevano essere liberi dalle lacrime per poter scorgere anche nel più minuscolo anfratto la traccia di qualche persona. Intanto il sole diventa sempre più cocente; giornalisti di tutta Italia si precipitano nei pressi del binario. Un’agenzia stampa inglese mi contatta per avere notizie e materiale fotografico. Il disastro è di portata mondiale. Vengo contattato da telegiornali nazionali ed internazionali per riferire in tempo reale le notizie raccolte. Assisto a commenti, ricostruzioni fantasiose di colleghi di blasonate emittenti e testate nazionali, improvvisamente divenuti profondi conoscitori della realtà pugliese. Provo a redarguirli, a manifestare invano il mio dissenso. La mia voce è troppo sottile, non mi resta che rientrare.

E mentre percorro a piedi il viale del ritorno sento una lacrima che verga il mio viso.

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